Pinacoteca Tosio Martinengo. La recensione completa di Arte bresciana

Pinacoteca Tosio Martinengo, la nuova facciata

Il 17 marzo 2018 la pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia ha riaperto le porte ai visitatori. Certo l'evento culturale dell'anno a Brescia, e forse oltre. Nove anni di chiusura, migliaia di persone che l'hanno dimenticata e ancor di più che non hanno mai avuto la possibilità di accedervi. I ragazzi soprattutto, e i bambini. Sono stati proprio loro i primi a entrare per primi dopo il taglio del nastro del rinnovato museo, al quale ho presenziato anche io pieno di emozione. D'altronde, per nulla al mondo mi sarei perso un evento così importante, per il piacere mio e per il piacere di recensire il risultato di un cantiere decennale, che ha visto il contributo di decine, forse centinaia di persone su innumerevoli fronti. E a loro va il mio primo grazie, perché il contributo di ogni singola persona, di ogni singolo professionista, di ogni singola competenza ha portato alla riuscita di questo straordinario evento.

Su una sorprendente attribuzione a Filippo de Grassi

Sul numero 178/2016 di "Arte lombarda" è stato pubblicato un intervento dello storico dell'arte Giuseppe Merlo relativo al recupero, da lui stesso effettuato, di un documento presso l'archivio antico del Pio Luogo delle Orfane della Pietà di Brescia, relativo alla famiglia Caprioli e finito lì per vie traverse(1). Nel documento, datato 18 giugno 1496, Aloisio Caprioli salda a Filippo de Grassi "picapreda milanese" la somma di ben 592 lire planette a saldo dei lavori da lui eseguiti nella cappella di Santa Caterina in San Giorgio a Brescia(2). La cappella di cui si parla nel documento è la cappella Caprioli che si apre al centro della navata sinistra della chiesa bresciana, che ad oggi si presenta nelle forme e ornamenti assunti nel XVIII secolo, a parte la cornice dell'arco d'ingresso che è evidente opera di fine Quattrocento.

Chiesa di San Giorgio, Brescia, cappella Caprioli

Le pitture altomedievali sul retro del dittico di Boezio

Durante l'età romana erano molto diffusi i dittici, composti in genere da due tavolette d'osso o di legno, dette valve, che si piegavano l'una sull'altra per mezzo di una cerniera. La faccia interna, leggermente scavata, era coperta di cera e serviva per riportare note o lettere. Negli esemplari più preziosi e raffinati la struttura poteva essere ricoperta d'oro o d'argento, o interamente d'avorio, mentre le facce venivano ornate da rilievi artistici.
Questi singolari oggetti erano quindi utilizzati come regali, in particolare alla fine dell'Impero romano, quando i consoli, all'entrata in carica, ne commissionavano diversi per poterli distribuire in dono a parenti, amici e personalità in vista. In tal caso, sulle facce esterne del dittico era scolpito il ritratto del console in abito di gala con un'iscrizione dedicatoria.

Dittico di Boezio, V secolo d.C., museo di Santa Giulia, Brescia, fronte

La tavola di Francesco Clusone alla Noce

Nel febbraio 1512 Brescia subisce il pesantissimo sacco dell'esercito francese al soldo dei Visconti di Milano. Per cinque, lunghi giorni la città viene depredata, con profanazione di luoghi sacri, rapine e un vero e proprio massacro degli abitanti. Il territorio circostante la città non subisce meno danni, specialmente durante il precedente assedio, quando la soldataglia compiva le sue scorribande nei borghi attorno alle mura. Terminato il sacco, una delle prime fiaccole di rinascita sociale e spirituale si accende curiosamente proprio ai margini della città, in località Noce o Fontanelle. Vincenzo Valossi, un nobile e possidente locale che aveva forse fatto voto per scampare al sacco, fa costruire qui una piccola chiesa dedicata alla Madonna. Sull'architrave del portale marmoreo fa porre la scritta: "Hic locus orandi Valox Vincentius au(c)tor / perdita cum franco Brixia ab hoste fuit v. p. M. D. XII.", ossia "Questo luogo di preghiera Valossi Vincenzo fece costruire quando Brescia fu saccheggiata dal nemico francese. Vivente pose nell'anno 1512".

Chiesa di Santa Maria della Noce, Noce (Brescia)

Sui portali gemelli di palazzo Calini ai Fiumi

Palazzo Calini ai Fiumi è un gigantesco quanto sfuggente palazzo bresciano, articolato in quattro ali disposte attorno a due cortili e un piccolo parco, affacciato su due vie nel cuore del Carmine. Il complesso è frutto di una fabbrica secolare assai complessa, definita da più edifici circostanti inglobati e successivamente rimaneggiati, i quali ne hanno man mano allargato il perimetro[1].

Vista aerea di palazzo Calini ai Fiumi. A sinistra scorre via delle Battaglie, subito dopo la biforcazione con via Nino Bixio.